oreuà

ho occhi attenti. vedo.



Io ti ho offerto il mio corpo
come un moto 
di gioconda tristezza 
come un’acqua serena per andare: 
tu mi hai creduto una rupe divina 
ma non atta a ancorare la radice.

Io ti ho offerto i miei tralci
la mia voce
la mia vite feconda.
 
Ho domandato che tu mi capissi 
ma neppure hai cercato di baciarmi 
e mi credi una venere delusa.

[Alda Merini]

«Fammi essere forte, forte di sonno e di intelligenza e forte di ossa e di fibra; fammi imparare, attraverso questa disperazione, a distribuirmi: a sapere dove e a chi dare, a riempire i brevi momenti e le chiacchiere casuali di quell’infuso speciale di devozione e amore che sono le nostre epifanie. A non essere amara. Risparmiamelo il finale, quel finale acido citrico aspro che scorre nelle vene delle donne in gamba e sole. Non farmi disperare al punto da buttar via il mio onore per la mancanza di consolazione; non farmi nascondere nell’alcol e non permettere che mi laceri per degli sconosciuti; non farmi essere tanto debole da raccontare agli altri come sanguino dentro; come giorno dopo giorno gocciola, si addensa e si coagula».

Sylvia Plath, “Diari”

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Come un compasso. Sei.
La punta che spinge e affonda e si fa ancora.
Un giro che si ripete e non finisce.
Un segno che non arriva.
Su un bianco che non si sporca.
Senza grafite un cerchio che non si avvera.

Infrangibile non essere.

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Gli amori da discount
Da consumarsi preferibilmente entro
E non dentro
Una vita estranea
Cartolina da un posto lontano
Soap opera in cui si consumano
Scene e personaggi
Puntata dopo puntata.

Senza puntare sul rouge
Alla roulette del domani.

Tiziana De Pace. Intervista all’Autrice di ANNI24 a cura di Iannozzi Giuseppe – Cicorivolta edizioni

Cose che ritrovi e ti ricordano chi sei.

Iannozzi Giuseppe - scrittore e giornalista

ANNI24

Tiziana De Pace

Cicorivolta Edizioni

Tiziana De Pace - anni 24 - Cicorivolta Edizioni Tiziana De Pace – anni 24 – Cicorivolta Edizioni

In copertina, illustrazione originale di Gabriella Martinelli

Puoi leggere l’intervista anche sul sito Cicorivolta edizioni, qui.

1. Dunque, Tiziana De Pace, ANNI24 è la tua seconda fatica letteraria edita da Cicorivolta edizioni. Quando in libreria, nel 2009, arrivò il tuo primo lavoro, TempInVersi, ti chiesi di te, e, tra le altre cose, sottolineasti che “Tiziana De Pace è una donna in crescita… non posso dire di esserlo, definita… sono in continuo mutamento, sempre alla ricerca e ciò che conta dopotutto, non è chi io sia, ma quello che sono, i libri che scrivo. E’ più semplice sapere di me attraverso loro che attraverso una auto-definizione.” E’ ancora vero quanto ieri dichiarasti o in questi tre anni la scrittrice è cambiata, forse maturata?

La definizione vale tutt’ora ed io spero vivamente continui…

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Occhio.click.

Il traffico. Un uomo si piega a raccogliere un biglietto dell’autobus. Una ragazzina rosicchia le unghie. Le calze bellissime a pois di una passante tra tante. Caldo. Qualcuno scarta una caramella e non ha idea di dove gettarne la carta. Scusa hai da fumare? I ricordi a passeggio. In un’ora di attesa neanche un bambino. Din din din suona il campanellin dall’asilo di fronte. Poi, la sirena di una ambulanza a coprire. Massafra sul display dell’autobus in arrivo. Un biglietto dopo l´altro la vita se ne va. Sete. Nella testa gira un pezzo che fa: Scemo! Non vedi che c’è scritto chiuso? Sarà una trappola, sicuro! Io, sono ancora in movimento. Amen.

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Adieu

La mia carne rosa, la tua carne erosa. Dagli armadi colano le sere ed io credevo ci riuscissero solo i Baobab. Le stelle a spilli, capillari e al di sotto noi, per niente bravi, a smascherarci le coscienze. Recite per il mare, in tre atti: emozione, voglia e furia. Ogni volta con in grembo l’amore.
Siamo stati.
Le dita strette strette attorno all’attimo, a distanza di insicurezza dal domani. Ostinazione è la parola. Ostinazione è la patologia, e mi ostino io. A lasciarti nel tuo spazio esatto, a mezz’aria, a tiro di sguardo, a tiro di Luna.
E resta l’orma randagia, seme, che non permette si offuschi la visione, nonostante l’atto di dolore e di mancanza recitati. Siamo in piedi sulla pietra del Silenzio, fiutati, nell’immobilità, dai segugi dell’appartenenza.
Ode e lode alla Terra che ci ha mischiato la pelle e al Fulmine che ha segnato il passaggio, di noi a picco su una realtà avversa, cui abbiamo dato la scossa, per poi perderla, in miseria.
Dormi bene, questa notte, perché io non lo farò.

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tu-tum.tu-tum.tu-tum.questoilfottutissimorumore.

tu-tum.tu-tum.tu-tum.questoilfottutissimorumore.

[Sfaldano nelle attese, le parole. Cadono, decadono. In rumorosi atterraggi, non più protette, spirano. Il niente mischiato al niente. Il valore è il senso. Amare non è dimorare. Muovere e smuoversi, abbisognare. Quello è, l’amore. Che chiede e manca e preme e cerca e sa come trovare. E questo, tutto questo, tutto questo non è.]
c’è una differenza sottile a fior di coscienza. non mi spreco più.

click.rew.click.stop.

Di cose che pensavi potessero cambiare mai. Dell’oggi a mezzo sguardo sul passato. Di un futuro che speri sinfonico.

[accadeva a novembre 2011][e non accade più]
E’ più facile iniziarla una guerra, che finirla.
Quando poi ci si sveglia, anche senza sveglia, con il ricordo di una citazione tra tante, come questa, a martellare in testa, non è che ci si possa poi aspettare che le ore a venire scorrano lisce.
Come l’olio. Eh. Che poi l’olio fa ingrassare. Centimetri.
Un’altra manciata di ore passata a vomitare. Così, non sia mai le potesse capitare di arrivare lì senza sentirsi ripulita. E poi, ripulita, comunque, non si sente affatto. Forse agli occhi degli altri può sembrare un buon motivo per alzarsi, dal letto. Culla. Ninnanannaninnaoh. Questa bimba. Questa bimba. A chi la do’?
Oggi tocca al Centro Disturbi Alimentari. Faccia a faccia con Mia. Buongiornomondogirogirointondo. Però, è forte l’impegno a non cascare giù.                                A tendere in su.
Seconda traversa a destra, costeggiando i campi di calcetto, una struttura. Sarà come tante. Come tutte, verde. Fredda. Sterile. Un po’ come lei, nei giorni in cui si odia di più.   Più di quanto? Più di quando?
La cartella clinica con la psicologa. I primi test. Analisi del sangue. Test. Lunedi. Test. Elettrocardiogramma. Ecografia. Test.
Crash&crack.
Tutto stabilisce che questa è malattia. Diventa reale, come le cose scritte su carta. Quelle che conosci già, ma solo se le leggi, diventano reali. Diventa reale la sua debolezza oggi. Un tentativo dopo l’altro. Diventano reali i fallimenti. Diventa reale l’inadeguatezza dei mancati giorni. Diventa reale l’evacuazione dell’anima. Diventano reali le cicatrici sui polsi. Diventano reali i rigonfiamenti sulle guance. Diventa reale la gola infiammata. Diventa reale la vigliaccheria.
 Scatti. E’ tutta scatti. Mentre copre il letto. Infila il jeans. Lava i denti. Allaccia le scarpe. Maledice qualche paura di troppo. E come la spiega poi al mondo che le gira attorno la paura che ha? Se si tratta di raccontare, diventa tutto più semplice. E’ come scrivere. Come immaginare. Mettere un filtro sulla reflex e scattare restando dietro il mirino. Da lì niente tocca. Niente tocca. Niente tocca. “Non mi toccare. Sto male/sto male/sto male/ sto male/ sto male/ sto male.”
BanG!
La luce fa male agli occhi. In macchina c’è chi la conosce bene. Chi saprà anche questa volta non chiedere nulla. Starci solo. Invisibile mano. Tesa, poi stretta, poi mossa a carezza. Non dovrà impegnarsi a mostrarsi migliore. E lei migliore.Di altri, di ieri, di domani, di. Non si sente affatto. E’ infame abbastanza, in realtà. La spaventa l’idea di ritrovarsi lì seduta, testa alta e occhi puntati dell’estranea di turno cui dovrà necessariamente concedersi, lasciandole il permesso di guardare lì dove solo lei si muove, anche ad occhi chiusi. Un riccio in posizione fetale. Sarà come porgere la chiave d’accesso alla tana marcia, e. E dovrà ammettere di non essere stata in grado di ripulirla per davvero, di spazzare via le foglie morte, da sola. Anno. Dopo. Anno. E forse, quello che più la terrorizza è l’idea di scoprire che non ne è fuori, da un cerchio chiuso che non ne ha voluto sapere di lasciarsi spezzare,solo per colpa sua.
Vile. Vile. Vile. Morta. Spenta. Brutta. Vile. Vile. Vile. Cattiva. Egoista. Vile. Vile. Vile.
Teme possa venire fuori questo. Solo questo. Che la soluzione sia racchiusa in sette parole. Quelle che le hanno urlato addosso da sempre. Sempre loro. Che di colpo, così, potrebbero diventare vere. Anche senza il bisogno di scriverle. Così. Teme di sentirsi ridicola. Di arrivare lì con il buco al centro dello sterno con la scritta EMPTY bene in vista e sentirsi dire che non è mica diversa da nessuno, lei. Che non è mica l’unica a fare i conti con qualche dolore attaccato come i muchi alle pareti dei polmoni, quando non ne vogliono sapere di sciogliersi. Che si tratta solo di nodi. Nient’altro che nodi. Che è stata incapace di sciogliere perché non si è allenata, come i marinai, a capirne l’intreccio.
 E allora? Eh? E allora? Allora?
Ci sarebbe da esserni contenti, no? Festeggiare il buon non compleanno del giorno. Esultare. E si. Si. Ma non è mai così semplice il regolamento di un gioco, se complicato. Tutto questo vorrebbe dire che ha sprecato un bel po’ di vita. Che si è illusa di essere forte di quella forza che porta speranza. Che tende alla salvezza. Che non è stata in grado di attribuire il giusto posto e valore agli avvenimenti. Che si è arrogata il diritto di soffrire, senza averne il minimo, di diritto.
E cosa accadrebbe allora? Si sentirebbe sporca, ancora, come e più di prima? Senso di colpa.
Sensi. Colpi. Il corpo poi si piega, sotto i colpi.
E se non dovesse riuscire a rialzarsi? Se questa volta fosse quella volta? Il ritorno a casa. Cos’è casa? Dov’è?
Click.

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dall'altra parte della sera

Si fa fatica. Si fa fatica anche con occhi forti, a cercare e poi trovare. Dove sguardo mai si posa. Con la coda dell’occhio ti spii attenta il domani e ancora ritrovi te. Dall’altra parte della sera e della neve e della strada e del letto e sempre te, dietro ogni curva a gomito tra le arterie, in zona cuore. Gemella immaginaria. Quanto coraggio richiede l’esistenza per divenire. Lassù qualcuno mi ama, ma questo non mi sfama. Dall’osservatorio la Luna ha brillato anche per me, che non riesco ad usare una borsa diversa da quella che mi hai regalato e ogni volta che penso di essere sul punto di guardare Time, io, poi, desisto. Ho la corteccia al cuore e la resina non cola, non cola più. Non ci sarà nessuno a prenderti il posto e ho sprecato gli ultimi anni a nasconderti il dolore, quando tu me lo leggevi e io non ammettevo, sprecando l’occasione di viverti ancora, ancora un po’, quando ancora avresti concesso, prima di scegliere di andare, per non tornare. Per un attimo ho immaginato di vederti, bubusettete dalla Luna, e invece, un attimo prima di staccare gli occhi dal mirino, nel riflesso, ancora. solo me. Touchè.

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moi jesuis noir toute la journee

[diana F+ 120 color chrome – click]
Quando chiudo gli occhi sfioro l’abbandono e dietro spalle forti ho lo sguardo indebolito. Annaspo e sposto il punto di arrivo ogni giorno di qualche metro al di là della mia cellulite da cosce stanche un po’ come i pensieri un po’ come gli abusati ieri che tornano negli oggi spaventano i domani ritrovano lucentezza a discapito della moltezza che più non ho. Le mie docce durano ore e non lavo via nessun dolore. La nuit tous le chats sont gris, moi jesuis noir toute la journee. volevo dirti che.invece non ti dico non ti dico niente. tu  stai zitto o mi truffi e io che mi ostino a puntare tutto sul rosso  vaffanculo vaffanculo vaffanculo amore mio. non cambia il sentimento cambiano le cose mentre cambia l’altra me quella geisha un po’ puttana che ti divertiva. ho ancora le nuvole chiuse con gli spilli nelle scatole dei sogni e ogni volta che ci spio dentro sanguinare è rito. ho fame e tu sfami tutte tranne me che mi porto le ginocchia al petto e mordo. si impara a bastare a se stessi ma questo non fa meno male non rallenta le feroci sferzate invernali di pensieri ventosi a schiaffeggiarti guance stinte. ho il sale nei palmi che non stringono più. se guardo te io sono bugiarda. se mi distraggo rinasco. con te non riesco ad essere niente.
[poi sorride il bambino e la donna svanisce. la madre lei madre, è tutta una spinta alla felicità.]