Coprimi

di 'cabra

“Non trovo la coperta!” – Silenzio – ” Mamma, non trovo la coperta!” – Silenzio – ” Madre, hai visto la coperta?” – Silenzio – “Donna, che ne hai fatto, della sua coperta?”
Immaginavo potesse andare così. E’ semplice immaginare, quando nell’imprevedibilità apparente, chi hai di fronte è talmente scontato da permetterti di anticipare largamente la prossima mossa. Invece no, non mi è stato regalato il tempo di accettare.
Immaginare non costa niente, lo direbbe chiunque, ma non è così. Costa e anche caro, a volte. Puoi pagare il tuo divagare in aspettative deluse, mancanze, conferme che non volevi. Questa volta ho pagato con l’ennesimo strappo alla carne, da ricucirmi da sola, come gli strappi e i raggiri di quel pezzo che vorrei non aver mai ascoltato, sentito mio.
Mi sono svegliata e ho guardato verso la luce. Focalizzato ancora assonnata attraverso le fessure delle persiane il mondo di fronte. Hanno già steso i panni, chissà che ora è. Hanno già steso i panni. Guardo meglio. I panni. Non voglio più vedere. Ora stringo forte gli occhi e cancello dal reale questo dolore. Voglio che ritorni la miopia psicologica, ora, subito e non poterli più guardare quei fili pieni di bucato ad asciugare.
La coperta l’avrà gettata una sera in cui non ero in casa, per fatti suoi, per fare falsa pulizia tra i ricordi, più che tra le lenzuola. Avrà preso una bella busta per indumenti da gettare che però guarda come sono nuovi qualcuno di sicuro li prenderà, le chiavi di casa, non si sarà infilata le scarpe e sarà andata al cassonetto sotto casa. E così sia.
“Ho freddo, ma non mi va di mettermi a letto, sto bene sul divano, puoi prendermi la coperta, ti va?” – “Prendi la coperta e venite qua, dai, ci vediamo un bel film tutti assieme al caldo, ti va?” – “Non studiare sul letto, c’è il tavolo in cucina, però se proprio vuoi stare lì almeno copriti che fa freddo, ti prendo la coperta, ti va?”.
“Si papà, mi va”. Ed ora mi andrebbe di chiederle se secondo lei la signora di fronte potrà sentirti come facevo io, tra le fibre. Se anche la signora di fronte, potrà, illudersi di ritrovarci, nonostante gli anni passati, il tuo odore. Se il calore sarà lo stesso che ho provato io. Se per una cazzo di volta le è passato per la mente che potrebbe provare a proteggermi dal crescere costante di questo buco nero al centro del petto, che si allarga, ogni volta che perdo qualcosa e in quel qualcosa perdo anche te.
Invece, sto zitta, piango solo un po’.
Quale parte del corpo andrà via e smetterò di sentire questa volta? Quanto manca al cuore? E vivo e rivivo abbandoni e questa fame di amore divampa. E questo freddo io ce l’ho dentro e fino a ieri, potevo tentare di mitigarlo con una vecchia coperta a righe rosse. Come il sangue, la passione, il ricordo che ho di te. Sei fortunata signora di fronte, hai un pezzo di valore lì steso ad asciugare, contiene almeno le mie gambe e l’essenza di un uomo che sapeva amare. Per le gambe, la capisco, ha già le sue, per andare, ma la capacità di amare. Se la tenga stretta, in tutto il suo rosso, quella coperta sgualcita, dia retta a me, che oggi per un uomo si è linfa e brillio di occhi e il giorno dopo niente e quell’amore, io, non l’ho avuto mai più.
“Sei sveglia? Devo stendere”. -Si- “Ieri ho gettato la coperta a righe rosse, guarda là, la signora di fronte se l’è presa da vicino al cassonetto. Forse la potevo tenere, va be’ ormai…però sono contenta dai, magari ne aveva bisogno.”
Bisogno, già.
[“…niente, non fa quasi niente, mi cucio da sola gli strappi e i raggiri…” – Mielato / Patrizia Laquidara ]
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