di 'cabra

 

Sentirsi come un pianoforte. Vene scoperte in ottantotto tasti pronti ad accogliere mani. Sentirsi come una veggente all’opera sulla sfera di cristallo. Saperlo già. Che di mani tante ne passeranno, ma in poche vibreranno.
 
 
– Le ho sentite! Hanno vibrato! Hanno vibrato, ti dico!- Ed era già il seme del sentimento. Katiuscia lo sentiva.
Aveva sempre avuto una predisposizione a riconoscere, lì dove la maggior parte delle persone vede il niente, il particolare. Lei lo chiama chiave. Forse perché è il solo modo per arrivare all’anima e capire di che pasta è fatta. Non c’era un modo di cercarla, la chiave, saltava all’occhio da se.    Lui era straordinariamente custode di più chiavi. Tutto di lui, serratura. Non c’era da stupirsi che a tutti arrivasse nel suo lato peggiore. Da personaggio di cartone.
I particolari. Ci si dovrebbe soffermare più a lungo, sui particolari.                     Il dettaglio spesso è rivelatore.
Katiuscia ripensava a questo mentre tentava di spiegare che non c’entravano un cazzo le omissioni, gli abbandoni, la scarsa dedizione, la non attenzione, le assenze. Lei era già oltre, al facile imbarazzo, al raro brillare, all’essere lieve. La curiosità viva, l’attenzione, la mancanza di malsana ambizione, le pause, anche, a raccogliere le forze. Teneva le chiavi per se, come un segreto, da allora, da quella sera che. Quella sera, la prima, che al contatto brevebrevissimounattimo con le sue mani non riuscì a nascondere lo stupore e.
Sentirsi come un fiume che va a straripare. Non reggere l’emozione. Necessitare di renderlo parola.
-Hanno  vibrato!Hanno vibrato, ti dico!-  ad alta voce. Ed era già il seme del sentimento. Il futuro, inesistente, e questo lei lo sentiva da sempre. Un giorno, gli disse, mi ferirai. Annunciato, senza colpi di scena, il giorno arrivò.
 Sentirsi come una gatta. Leccarsi le ferite, saliva a cicatrizzare, disinfettando. O per lo meno, illudersene.”
– Probabilmente se dovessi raccontarti una Fiaba la inizierei così. Una Fiaba si, le Favole non fanno per me, non ho lezioni da impartire. –
La guardò per un attimo, il tempo di sorriderle appena e ritornò a far scorrere gli occhi altrove.
– Non lo so, come facciano, in tanti, a prendersi quello che vogliono. Devono avere un trucco nella tasca interna della giacca, un po’ come quella storia degli amuleti e degli occhi che canta Brondi, uno di quei trucchi lì. Al momento utile lo tiri fuori e SBAM! Hai vinto. Io no. Senza trucco e senza inganno. Libro aperto. Merce in saldo, mi ha detto qualcuno qualche giorno fa. Che mi sono messa nella condizione di non poter essere mai tenuta bene quanto un maglione acquistato con sacrificio, ad alto prezzo, mi ha detto qualcuno qualche giorno fa. –
Le venne su un sorriso dolceamaro.
–  Si, inizierebbe così, la mia Fiaba e ci sarebbero ombre grigie a tentare di appiattire il sentire, spingendo alla superficialità, qualche strega, fantasmi del passato e molto bianco, di contrasto. Un bianco accecante. Di verità. Si – voltandosi a guardarla per pochissimo, ancora – la inizierei così.
[Sospiro]
– Mi terrei distante dal finale, però, questa licenza me la concederei. Ti racconterei una Fiaba senza finale, sospesa, che non sa cosa divenire. Ci ha pensato la realtà a mettere fine. Amen.  –
Nessuna delle due parlò ancora. Restarono sedute un accanto all’altra. Di fronte a loro, a cullarsi, il mare.
Annunci