di 'cabra

me e samo

 

Si è addormentato sorridendo, a mano aperta sulla tua faccia di mamma. La culla, la coperta tirata su che tanto poi scalcerà via in fretta, il cuore pacificato, il tuo.  Autonomia rimanente che non andrà oltre l’ora e mezza, forse meno, oggi i pensieri hanno liberato la fatica. Potresti disegnare per quella maglia nuova, stendere il bucato, guardare un film, dormire. Un libro. Ci sono stati anni di pagine su pagine lette con curiosità febbrile. La ricerca emotiva, la fragilità, i mondi tra le righe e tu che ti ci sentivi a casa dentro. Oggi ce l’hai tu, dentro, la casa. O meglio, l’hai tenuta lì per nove mesi e poi l’hai messa al mondo. Come e con tuo figlio. Identità e sentimento. Si, un libro.
“Canta ancora, disse a fior di labbra. Accese una sigaretta e si accorse che la mano gli tremava leggermente. Pensò di avere avuto un’allucinazione sonora, a volte crediamo di sentire ciò che vorremmo sentire, quella canzone non la cantava più nessuno, quelli che la cantavano erano tutti morti, ma poi che canzone era, di quale epoca? Era molto antica, del Cinquecento o più tarda, vallo a sapere, era una ballata, una canzone di cavalleria, una canzone d’amore, una canzone d’addio? Lui l’aveva saputa in un altro tempo, ma quel tempo non era più suo. […] Improvvisamente arrivò una folata di brezza più forte, i lenzuoli schioccarono al vento, la donna si alzò e cominciò a stendere delle magliette colorate e un paio di calzoni corti. Canta ancora, sussurrò lui, per favore. In quel momento le campane della chiesa vicina si misero a suonare a distesa il mezzogiorno e, come se fosse stato evocato dal suono, dalla piccola garitta dove certo c’erano le scale che portavano alla terrazza, si affacciò un bambino e le corse incontro. […] La ragazza posò la cesta per terra, si accoccolò, gridò: Samuele!, e spalancò le braccia, e il bambino vi si tuffò dentro, la ragazza si alzò e prese a girare su se stessa abbracciata al bambino, giravano entrambi come una giostra, le gambe del bambino erano tese in orizzontale, e lei cantava, Yo me enamorè del aire, del aire de una mujer,  come la mujer era aire, con el aire me quedè. […] “
Leggi le ultime righe del racconto anche queste con fatica, ma è una fatica diversa da quella liberata dai pensieri. E’ fatica liberata dalle lacrime. Samuele è anche il nome di tuo figlio e sei figlia tu, dell’aria. Ti addormenterai con gli stessi dubbi, le paure, le domande che pretendono, imponendosi, risposte veloci, scelte da fare, una carezza. Arrivata anche questa volta lì dove hai voluto coglierla, forse dovuto, visto che non c’è nessuno a regalartela. Tra le righe di un racconto di qualche pagina appena. La tua pacca sulla spalla per la notte, che ti rassicura, andrà tutto bene, andrà tutto bene. Vedrai.
E ci crederai, mentre una carezza presa già la regalerai, un attimo solo prima di addormentarti, con ancora sotto le dita, di Samuele, il calore.

 

[cit. da Il tempo invecchia in fretta, Tabucchi.]
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