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di 'cabra

Di cose che pensavi potessero cambiare mai. Dell’oggi a mezzo sguardo sul passato. Di un futuro che speri sinfonico.

[accadeva a novembre 2011][e non accade più]
E’ più facile iniziarla una guerra, che finirla.
Quando poi ci si sveglia, anche senza sveglia, con il ricordo di una citazione tra tante, come questa, a martellare in testa, non è che ci si possa poi aspettare che le ore a venire scorrano lisce.
Come l’olio. Eh. Che poi l’olio fa ingrassare. Centimetri.
Un’altra manciata di ore passata a vomitare. Così, non sia mai le potesse capitare di arrivare lì senza sentirsi ripulita. E poi, ripulita, comunque, non si sente affatto. Forse agli occhi degli altri può sembrare un buon motivo per alzarsi, dal letto. Culla. Ninnanannaninnaoh. Questa bimba. Questa bimba. A chi la do’?
Oggi tocca al Centro Disturbi Alimentari. Faccia a faccia con Mia. Buongiornomondogirogirointondo. Però, è forte l’impegno a non cascare giù.                                A tendere in su.
Seconda traversa a destra, costeggiando i campi di calcetto, una struttura. Sarà come tante. Come tutte, verde. Fredda. Sterile. Un po’ come lei, nei giorni in cui si odia di più.   Più di quanto? Più di quando?
La cartella clinica con la psicologa. I primi test. Analisi del sangue. Test. Lunedi. Test. Elettrocardiogramma. Ecografia. Test.
Crash&crack.
Tutto stabilisce che questa è malattia. Diventa reale, come le cose scritte su carta. Quelle che conosci già, ma solo se le leggi, diventano reali. Diventa reale la sua debolezza oggi. Un tentativo dopo l’altro. Diventano reali i fallimenti. Diventa reale l’inadeguatezza dei mancati giorni. Diventa reale l’evacuazione dell’anima. Diventano reali le cicatrici sui polsi. Diventano reali i rigonfiamenti sulle guance. Diventa reale la gola infiammata. Diventa reale la vigliaccheria.
 Scatti. E’ tutta scatti. Mentre copre il letto. Infila il jeans. Lava i denti. Allaccia le scarpe. Maledice qualche paura di troppo. E come la spiega poi al mondo che le gira attorno la paura che ha? Se si tratta di raccontare, diventa tutto più semplice. E’ come scrivere. Come immaginare. Mettere un filtro sulla reflex e scattare restando dietro il mirino. Da lì niente tocca. Niente tocca. Niente tocca. “Non mi toccare. Sto male/sto male/sto male/ sto male/ sto male/ sto male.”
BanG!
La luce fa male agli occhi. In macchina c’è chi la conosce bene. Chi saprà anche questa volta non chiedere nulla. Starci solo. Invisibile mano. Tesa, poi stretta, poi mossa a carezza. Non dovrà impegnarsi a mostrarsi migliore. E lei migliore.Di altri, di ieri, di domani, di. Non si sente affatto. E’ infame abbastanza, in realtà. La spaventa l’idea di ritrovarsi lì seduta, testa alta e occhi puntati dell’estranea di turno cui dovrà necessariamente concedersi, lasciandole il permesso di guardare lì dove solo lei si muove, anche ad occhi chiusi. Un riccio in posizione fetale. Sarà come porgere la chiave d’accesso alla tana marcia, e. E dovrà ammettere di non essere stata in grado di ripulirla per davvero, di spazzare via le foglie morte, da sola. Anno. Dopo. Anno. E forse, quello che più la terrorizza è l’idea di scoprire che non ne è fuori, da un cerchio chiuso che non ne ha voluto sapere di lasciarsi spezzare,solo per colpa sua.
Vile. Vile. Vile. Morta. Spenta. Brutta. Vile. Vile. Vile. Cattiva. Egoista. Vile. Vile. Vile.
Teme possa venire fuori questo. Solo questo. Che la soluzione sia racchiusa in sette parole. Quelle che le hanno urlato addosso da sempre. Sempre loro. Che di colpo, così, potrebbero diventare vere. Anche senza il bisogno di scriverle. Così. Teme di sentirsi ridicola. Di arrivare lì con il buco al centro dello sterno con la scritta EMPTY bene in vista e sentirsi dire che non è mica diversa da nessuno, lei. Che non è mica l’unica a fare i conti con qualche dolore attaccato come i muchi alle pareti dei polmoni, quando non ne vogliono sapere di sciogliersi. Che si tratta solo di nodi. Nient’altro che nodi. Che è stata incapace di sciogliere perché non si è allenata, come i marinai, a capirne l’intreccio.
 E allora? Eh? E allora? Allora?
Ci sarebbe da esserni contenti, no? Festeggiare il buon non compleanno del giorno. Esultare. E si. Si. Ma non è mai così semplice il regolamento di un gioco, se complicato. Tutto questo vorrebbe dire che ha sprecato un bel po’ di vita. Che si è illusa di essere forte di quella forza che porta speranza. Che tende alla salvezza. Che non è stata in grado di attribuire il giusto posto e valore agli avvenimenti. Che si è arrogata il diritto di soffrire, senza averne il minimo, di diritto.
E cosa accadrebbe allora? Si sentirebbe sporca, ancora, come e più di prima? Senso di colpa.
Sensi. Colpi. Il corpo poi si piega, sotto i colpi.
E se non dovesse riuscire a rialzarsi? Se questa volta fosse quella volta? Il ritorno a casa. Cos’è casa? Dov’è?
Click.
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